In ricordo di Giuseppe Fiengo

Mar 6, 2023 | comunicazioni

Il professor Giuseppe Fiengo (Portici, 1937-2023) è venuto a mancare il 6 marzo scorso, nella sua amata città natale. Il 26 giugno avrebbe compiuto 86 anni.
Egli sceglie la carriera universitaria senza titubanze, diventando, subito dopo la sua laurea, allievo di Roberto Pane. Ciò accade in un periodo particolarmente vivace nell’ambito del dibattito sul progetto per la città storica e per le preesistenze, in cui il suo Maestro è dedito alla stesura della Carta di Venezia. Partecipando in prima persona all’incontro del 1964 nel capoluogo veneto, questo evento segnerà la sua maturazione; e sulle questioni in esso trattate ritornerà anche successivamente, attestando la sua adesione al concetto di continuità della cultura e al dialogo tra antico e nuovo (Gli architetti moderni e l’incontro tra Antico e Nuovo, 2004).
Già professore ordinario di Restauro architettonico presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II dal 1980, dove dirige l’Istituto di Storia dell’Architettura, agli inizi degli anni Novanta decide di trasferirsi presso la nascente Seconda Università di Napoli, attuale Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, con sede ad Aversa, dove contribuisce a fondare la Facoltà di Architettura. Qui è promotore e coordinatore del Dottorato di ricerca in Conservazione dei Beni Architettonici e direttore del Dipartimento di Restauro e Costruzione dell’Architettura e dell’Ambiente, ricevendo nel 2010 il titolo di professore emerito. Ma il legame con Napoli rimane forte, come attestano le sue lezioni, negli anni, presso la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio, oltreché i suoi numerosi studi, incentrati soprattutto sull’architettura datata tra il Medioevo e l’Ottocento, portando avanti un filone di ricerca già avviato agli inizi della carriera, attraverso cui fornisce inediti apporti nel campo della Storia dell’Architettura, della Storia della Costruzione, della Storia e della Teoria del Restauro, tra cui, solo per citarne alcuni, si ricordano le monografie Organizzazione e produzione edilizia a Napoli all’avvento di Carlo di Borbone (1983), Gioffredo e Vanvitelli nei palazzi dei Casacalenda (1976), Documenti per la storia dell’architettura e dell’urbanistica napoletana del Settecento (1977), Architettura napoletana del Settecento. Problemi di conservazione e valorizzazione (1993) e la curatela di Murature tradizionali napoletane. Cronologia dei paramenti murari tra il XVI e il XIX secolo (1998).
Con il trasferimento nel contesto aversano avverte sin dal principio la necessità di immergersi in esso per offrire un contributo al suo riscatto, rivelando i valori storici, architettonici, tipologici, stilistici, documentali e materici di un patrimonio sconosciuto e troppo spesso rinnegato da impropri usi e abusi. Significativo in tal senso è il testo, scritto insieme a Loreto Colombo, su Il centro storico di Aversa. Piano di recupero 1996-2003 (2006), in cui con maestria passa dagli aspetti normativi a quelli progettuali, dai ragionamenti alla scala urbana a quelli alla scala architettonica e di dettaglio tecnico-costruttivo. Su quest’ultima si concentra in special modo nell’ultima fase della carriera, anche attraverso il coordinamento nazionale e locale di progetti PRIN, i cui esiti sono pubblicati nell’Atlante delle tecniche costruttive tradizionali. Lo stato dell’arte, i protocolli della ricerca. L’indagine documentaria (2003) e nell’Atlante delle tecniche costruttive tradizionali. Napoli, Terra di Lavoro – XVI-XIX (2008), da lui curati insieme a Luigi Guerriero.
Le sue pubblicazioni sono tante, e richiamarle tutte sarebbe impossibile. D’altra parte, Saverio Carillo, in occasione del 70° compleanno, lo ha omaggiato del volume «L’odore dei limoni. Bibliografia di Giuseppe Fiengo 1964-2007», in cui, oltre a riportare l’elenco degli scritti, tratteggia i principali momenti della sua attività scientifica. Nelle opere emerge sempre il forte rapporto che egli riesce a stabilire con i luoghi e con i paesaggi che esplora, investiga, talvolta scopre, attraversandoli, impossessandosene, facendosi avvolgere dagli stessi in maniera pervasiva. Di essi coglie, con abilità istintiva, i segni delle culture e delle tradizioni di chi li ha vissuti e di chi li vive.
Ogni affermazione è sempre frutto di continui avvicinamenti e di progressive riflessioni, maturate in anni di sopralluoghi, condotti senza badare al tempo, con abnegazione. Il suo è stato un vero, sentito amore, sia per la città che per le realtà minori, sia per l’architettura monumentale che per l’edilizia diffusa, contribuendo ad ampliare in maniera determinante i confini della tutela, della conservazione e della valorizzazione. Basti pensare all’esplorazione della Costa di Amalfi, a cui ha dedicato un pezzo di vita, dando un grande apporto al Centro di Cultura e Storia Amalfitana, con numerosi convegni e pubblicazioni, tra cui voglio citare Case a volta della Costa di Amalfi (2001), scritto insieme al fraterno amico Gianni Abbate. E proprio in Costiera, insieme al suo gruppo di lavoro, si recava ogni sabato, per decenni, con l’intento di scoprire e di lasciar traccia di un mondo ancora poco conosciuto, fragile e unico. Dopo le intense mattinate di perlustrazione, immancabilmente, un gesto paterno, un momento conviviale, durante il quale si spogliava del ruolo di ricercatore e di educatore per entrare in quello di uomo capace di godere delle relazioni.
I testi dei suoi giovani ricercatori, prima di essere pubblicati, erano inderogabilmente sottoposti al suo giudizio. Correggeva con grande attenzione e dedizione, a mano, i dattiloscritti consegnatigli – lui, che aveva scelto di non aprirsi al mondo della tecnologia; lui, che fino alla fine ha continuato a essere fedele alla sua macchina da scrivere, così come alla sua Rolleiflex –, inducendo gli allievi a maturare dagli errori e dalle imprecisioni e insegnando loro a sviluppare modalità di scrittura attraverso cui tutto potesse essere chiaro a tutti.
Rigore, serietà, passione. È ciò che ha trasmesso ai suoi assistenti e ai suoi studenti, proprio tramandando quell’eredità a sua volta ricevuta: l’importanza della conoscenza del patrimonio costruito, senza lasciare nulla al caso, tuffandosi tra i faldoni di archivio, vivendo in maniera diretta i contesti e i manufatti, sviluppando ragionamenti critici, senza tregua, fino al raggiungimento della piena comprensione. Grazie a un’ampia visione delle questioni, ha sempre spinto a guardare oltre, a non fermarsi alle apparenze, ad appellarsi, in caso di necessità, ad altre discipline, a prestare attenzione alle irriducibili questioni della contemporaneità.
Se, dunque, provassimo a porci alla giusta distanza dai fatti e dagli accadimenti che hanno caratterizzato la sua figura e il suo percorso di studioso, appena tratteggiati, potremmo affermare che la qualità della ricerca scientifica spesso è strettamente legata, nel nostro mestiere, alla capacità di costruire una relazione empatica con i luoghi che si investigano.
Lascia un grande vuoto, professor Fiengo. Porteremo sempre con noi il ricordo della sua autorevolezza, della sua signorilità, della sua onestà intellettuale, della sua cultura, della sua umanità, che speriamo di poter trasferire, seppur in minima parte, ai più giovani che hanno scelto anch’essi di dedicarsi all’impegnativa cura del nostro patrimonio.

Caterina Giannattasio

 

 

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