
In ricordo di Françoise Choay
Per Françoise Choay, studiosa poliedrica e anticonformista (1925-2025)
Françoise Choay, filosofa e storica delle idee, già professore ordinario e poi emerito presso le Università di Paris I Panthéon-Sorbonne e Paris VIII, oltre che per lunghi anni docente all’Ecole de Chaillot e al Raymond Lemaire International Centre della KU Leuven, ci ha lasciato serenamente l’8 gennaio scorso, circondata dall’affetto dei suoi cari nella sua casa di Parigi, dove a breve avrebbe compiuto cento anni. Nella sua lunga vita, la studiosa ha attraversato un secolo turbolento e complesso come il Novecento, di cui ha interpretato contraddizioni e speranze con straordinaria lucidità e intelligenza, affacciandosi al terzo millennio con intuizioni spesso profetiche.
Nota al mondo del restauro principalmente per il suo L’allégorie du patrimoine (Seuil, Paris 1992) tradotto non troppo fedelmente in italiano tre anni dopo e in altre sei lingue – incluso il cinese – negli anni a venire, la Choay è stata molto più che una studiosa del patrimonio e ha scritto decine di testi, oltre quel pur illuminante e fortunato libro, pubblicato peraltro negli anni della sua maturità. Ripercorrerne sinteticamente la biografia e la carriera non è un compito facile, e per notizie più dettagliate rimando al mio saggio a lei dedicato nel volume Pensare lo spazio urbano. Intrecci tra Italia e Francia nel Novecento (Franco Angeli, Milano 2020).
Discendente da un’antica famiglia protestante di origine alsaziana, Françoise Weiss – che assumerà il cognome del marito scienziato e farmacologo Jean Choay (1923-1993) – nasce a Parigi il 29 marzo 1925, crescendo in un milieu culturale e sociale di alto livello, nel quale “il protestantesimo alsaziano e l’ebraismo repubblicano si mescolano e si aprono al progresso sociale” (Thierry Paquot). Giovanissima, partecipa alla Resistenza francese, mentre studia filosofia per corrispondenza all’Università di Tolosa, per poi laurearsi, subito dopo la guerra, all’Università di Montpellier, con una tesi su Kierkegaard, e proseguire i suoi studi alla Sorbonne, dove seguirà i corsi di Jean Hyppolite e Gaston Bachelard, ma anche di Claude Lévi-Strauss, al quale rimarrà fortemente legata.
La sua attitudine alle lingue (parla perfettamente inglese e tedesco e comprende l’italiano) la induce alla lettura diretta di testi ancora mai tradotti in francese, mettendola presto in contatto con una dimensione culturale vasta, nel contesto stimolante della Francia postbellica dei Trente Glorieuses (1945-1975). È in questo clima che, fin dal 1954, inizia a scrivere di arti figurative per diverse riviste (France-Observateur, L’Œil, La Quinzaine Littéraire e, più tardi, Connaissance des arts, Art de France, Revue d’esthétique) avvicinandosi ben presto all’architettura, grazie al contatto con Jean Prouvé.
Il suo esordio letterario monografico è dedicato a Le Corbusier (Braziller, New York 1960; pubblicato nello stesso anno in italiano da Il Saggiatore), verso il quale – all’epoca ancora pienamente attivo – non indulge né in una incondizionata esaltazione del suo talento né in una sistematica contestazione delle sue idee e delle sue realizzazioni, cosa che invece avverrà nei suoi scritti successivi.
È tuttavia con il volume antologico L’urbanisme. Utopies et réalités (Seuil, Paris 1965), che il suo nome si affaccia a pieno titolo sulla scena internazionale, in particolare nel campo degli studi urbani. Tradotto in italiano da Einaudi nel 1973, col titolo La città. Utopie e realtà, il volume influenzerà notevolmente la critica urbanistica del nostro paese, mettendo in discussione molti postulati fondativi della disciplina. All’edizione italiana contribuisce Italo Calvino, che non a caso solo un anno prima aveva pubblicato il suo celeberrimo Le città invisibili (1972). Benché diversissimi nella struttura e negli esiti, i due testi muovono infatti entrambi dalla constatazione di una profonda crisi della città industriale, paventando – l’uno attraverso la genesi delle idee e dei fondamenti teorici che hanno prodotto la situazione attuale, l’altro sul filo di un immaginario poetico – il fallimento della vita urbana.
Seguiranno il volume The modern city: planning in the 19th century (Braziller, New York 1969), apparso nella collana Planning and cities diretta da George R. Collins, il libro fotografico Espacements (Seuil, Paris 1969), il cui testo sarà integralmente ripubblicato nel suo La terre qui meurt (Fayard, Paris 2011) e, soprattutto, il suo avvicinamento agli studi di semiologia allora in voga (Sémiologie et urbanisme, in «L’architecture d’aujourd’hui», 1967), poi tradotto in inglese per il volume a cura di Charles Jencks e George Baird Meaning in architecture (Barrie & Rockliff, London 1969). In questo saggio emerge chiaramente il debito culturale nei confronti del maestro Lévi-Strauss, che nel suo Tristes tropiques (1955), poi in Anthropologie structurale (1958), aveva studiato l’esempio dei villaggi Bororo in Brasile come prima simbolica testimonianza di organizzazione dello spazio sociale.
Agli inizi degli anni Settanta si colloca l’avvio della carriera universitaria della Choay. Coinvolta già a partire dal 1966 dallo storico e critico d’arte Robert Louis Delevoy in alcuni corsi a Bruxelles presso l’École nationale supérieure des arts visuels de La Cambre, la studiosa è infatti chiamata nel 1971 da Pierre Merlin a insegnare presso il Département d’urbanisme du Centre universitaire expérimental de Vincennes, fondato dallo stesso Merlin con il sociologo Hubert Tonka negli anni 1968-1969, che in seguito diverrà l’Institut Français d’Urbanisme dell’Université de Paris VIII, dove la Choay sarà nominata professore ordinario e infine emerito.
In questi anni avviene l’altro fondamentale incontro della vita della Choay, quello con André Chastel, che orienterà la sua tesi di dottorato dedicata a Leon Battista Alberti, discussa nel 1978, spingendo la studiosa a un sempre più intenso e proficuo contatto con l’Italia. L’esito sarà il volume La règle et le modèle (Seuil, Paris 1980), tradotto sei anni dopo in italiano e incentrato sulla tesi che le teorie dell’architettura e dell’urbanistica abbiano oscillato nei secoli a partire da due archetipi, la regola e il modello, simboleggiati da due testi “inaugurali”, ovvero il De re aedificatoria albertiano – decisamente preferito dall’autrice – e l’Utopia di Thomas More. Accolto con qualche riserva in Italia, soprattutto in ambiente romano (una recensione di Renato Bonelli, apparsa nel 1987 su «Architettura. Storia e documenti», ne contesta la tesi), il volume inaugura una fortunata stagione di studi albertiani da parte della Choay, che arriva a curare, con Pierre Caye, una nuova traduzione francese del De re aedificatoria (la seconda, dopo l’unica esistente di Jean Martin del 1553), pubblicata nel 2004, cui si deve un passaggio fondamentale della maturazione del suo pensiero sul patrimonio.
Ai primi anni Ottanta risale il contatto con l’opera di Gustavo Giovannoni, al quale la Choay dedicherà un’attenzione crescente, fino a includerlo nella ristretta élite di figure che animeranno il suo L’Allégorie du patrimoine, attribuendovi l’introduzione del concetto di «patrimonio urbano». Mentre in Italia Giovannoni sconta ancora un sostanziale ostracismo culturale, la Choay contribuisce e ribaltarne la fortuna critica a livello internazionale, con ricadute evidenti anche sugli studiosi italiani, che proprio a partire dagli anni Novanta avvieranno una progressiva riscoperta dell’opera dell’ingegnere romano. Il culmine di questo interesse in Francia giungerà con la parziale traduzione, curata dalla stessa Choay, del Vecchie città ed edilizia nuova (1931), pubblicata col titolo L’urbanisme face aux villes anciennes (Seuil, Paris 1998).
Nel corso degli anni Ottanta, mentre collabora al quarto e al quinto volume della monumentale Histoire de la France urbaine curata da Georges Duby (5 voll., Seuil, Paris 1980-1985) e pubblica con Pierre Merlin il Dictionnaire de l’urbanisme et de l’aménagement (Presses Universitaires de France, Paris 1988), testimonianza di un interesse specifico per la linguistica e la terminologia, la Choay è sempre più presente in atenei italiani in veste di visiting professor, culminando con la laurea honoris causa conferita presso l’Università di Genova nel 2001. Tutto ciò grazie all’amicizia con Ernesto d’Alfonso, primo curatore e traduttore delle sue opere in Italia, ma anche con Francesco Paolo Di Teodoro e Mario Carpo per i suoi interessi sul Rinascimento, Attilio Belli, Paola Di Biagi, Bruno Gabrielli, Alberto Magnaghi, Claudia Mattogno, Francesco Ventura per l’urbanistica e, infine, Marco Dezzi Bardeschi e, più tardi, il sottoscritto per il campo del restauro, per citare solo i suoi contatti principali.
Agli albori del ventunesimo secolo gli interessi della Choay percorrono due filoni principali, in parte intrecciati fra loro, entrambi segnati da multiformi addentellati nella cultura italiana: da un lato i temi del patrimonio, attraverso letture antologiche e traduzioni di diversi testi dei “padri fondatori” della tutela e della conservazione; dall’altro i temi della globalizzazione in rapporto alla scala locale degli insediamenti umani.
Ne sono testimonianza, per il primo filone, la traduzione francese di alcuni scritti di Camillo Boito, curata con Jean-Marc Mandosio e sfociata nel volumetto Conserver ou restaurer (Les Éditions de l’Imprimeur, Paris 2000), e l’antologia Le patrimoine en questions. Anthologie pour un combat (Seuil, Paris 2009), frutto della sua lunga esperienza di docente presso l’École de Chaillot. Nella lunga introduzione critica a quest’ultimo volume, la Choay si sofferma, profeticamente, sui rischi derivanti dalla rivoluzione elettro-telematica e dalla museificazione e mercificazione del patrimonio.
Ciò si collega, idealmente, al secondo filone citato, incentrato sui temi della gestione locale del territorio nel quadro della globalizzazione, già annunciata in alcuni suoi scritti precedenti, che si avvale di proficui contatti con studiosi italiani come Alberto Magnaghi, del quale traduce in francese Il progetto locale (Mardaga, Liège 2003), mentre lo stesso Magnaghi cura la raccolta di scritti della Choay dal titolo Del destino della città (Alinea, Firenze 2008). Ad analoghi temi è infine dedicato il volumetto Patrimonio e globalizzazione (Alinea, Firenze 2012), esito di due seminari tenuti presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II nel novembre 2009, curati da chi scrive con Stella Casiello.
Negli ultimi anni la Choay si è dedicata alla rilettura dell’opera del barone Haussmann, oggetto dei suoi interessi fin dai decenni precedenti. Dopo averne curato l’edizione integrale dei Mémoires (Seuil, Paris 2000), la studiosa si è cimentata in una ulteriore riabilitazione della figura del prefetto della Senna, pubblicando con Vincent Sainte Marie Gauthier un volumetto dal provocatorio titolo Haussmann conservateur de Paris (Actes Sud, Paris 2013), che dimostra la complessità della sua opera, non riducibile a presunte operazioni poliziesche di apertura di nuove strade, ma consistente in un vero e proprio programma di ammodernamento urbano, fondato sulle infrastrutture a rete e sui servizi di quartiere, grazie al quale Parigi si è trasformata senza perdere la sua identità. Di questo lavoro ci ha fornito una anticipazione nel corso delle sue ultime conferenze a Napoli nel maggio 2013, affidando a chi scrive la traduzione italiana del volume che, dopo lunga gestazione, contiamo di pubblicare molto presto.
La lunga e operosa vita di Françoise Choay è stata sempre sostenuta da un profondo amore per la dimensione umana della cultura, per le complesse radici dell’identità europea, per una tutela attiva e non museificante del patrimonio. La sua notorietà internazionale era straordinaria, dagli Stati Uniti, dove aveva lungamente insegnato alla Cornell University (1986-1992), al Giappone, dove aveva attivamente partecipato alla Conferenza di Nara sull’Autenticità (1994), al Sudamerica, dove era quasi venerata in Brasile, mentre un recente viaggio in Colombia – di cui ci aveva raccontato – l’aveva colpita per il vasto numero di persone che avevano ascoltato le sue conferenze.
Con la sua prosa limpida e chiara, la Choay ha combattuto contro il riduzionismo, la cancellazione della memoria, le pressioni del mercato, insegnandoci a diffidare della disumanizzazione preconizzata dai primi guru dell’informatica (Ray Kurzweil era il suo principale bersaglio), e lo ha fatto quando tutto questo non sembrava ancora un rischio concreto per la sopravvivenza della cultura. Oggi, a distanza di oltre trent’anni da queste sue intuizioni profetiche, con le minacce incombenti dell’intelligenza artificiale, possiamo meglio comprendere quanto la studiosa avesse la vista lunga.
Il tempo ci farà sempre più apprezzare le sue precoci riflessioni, alimentando la vivacità di un discorso critico che deve rimanere solido fondamento delle riflessioni sul patrimonio.
Per il momento, tuttavia, non possiamo non pensare con tristezza alla scomparsa di una mente così fervida, accompagnata sempre da una gentilezza di animo verso tutti gli studiosi, anche i più giovani, insieme a una estrema raffinatezza di spirito, che mancherà molto, tanto a chi ha avuto l’onore di frequentarla assiduamente, quanto ai tantissimi che hanno ascoltato le sue lezioni e letto i suoi libri.
Sit tibi terra levis, Françoise.
Andrea Pane
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