In ricordo di Renato De Fusco

May 6, 2024 | comunicazioni

Per Renato De Fusco, maestro di pensiero sull’architettura (1929-2024)

Il 30 aprile scorso ci ha lasciato uno dei grandi maestri italiani della Storia dell’architettura, Renato De Fusco, scomparso a 94 anni a Napoli, nella sua casa di Posillipo. La dimensione internazionale della sua notorietà è di molto superiore alla percezione che ne possiamo avere nel nostro Paese: le sue innumerevoli pubblicazioni, costellate da oltre 80 monografie, sono tradotte da tempo in molte lingue del mondo.

Me ne resi conto in modo tangibile alcuni anni fa, mentre accoglievo a Napoli una collega brasiliana che intendeva svolgere alcune ricerche sull’istituzione delle Scuole di architettura in Italia a inizio Novecento. Accadde infatti che incontrassimo, come per noi napoletani avveniva sovente, De Fusco nei corridoi di Palazzo Gravina. Davanti alla sua figura carismatica, la collega non seppe trattenere l’emozione di conoscere finalmente di persona un maestro che riteneva talmente mitico da averlo collocato in una astante presenza sovrastorica, piuttosto che nella viva realtà attuale.

In quei corridoi di Palazzo Gravina, sede storica della Facoltà di Architettura di Napoli, De Fusco ha trascorso la sua intera vita. Prima come studente – di cui fornisce lui stesso una vivida testimonianza nel 2008, in occasione degli 80 anni della Facoltà – poi come assistente di Roberto Pane, successivamente come libero docente, dal 1960, di «Caratteri dell’architettura moderna», disciplina introdotta a Napoli per la prima volta nel 1963-64 proprio con l’affidamento a De Fusco, che la insegnerà per alcuni anni insieme a «Disegno dal vero», e infine, dal 1972, come professore ordinario di Storia dell’architettura.

La sua presenza nelle aule non si era affievolita con il pensionamento. Al contrario, egli aveva continuato – fino a pochi anni fa – a tenere un corso a scelta che vedeva quasi sempre i posti a sedere esaurirsi. Del resto, il suo amore per gli studenti e per “fare lezione”, nel senso più alto del termine, è stato proverbiale. A essi ha dedicato gran parte dei suoi libri, inventando anche approcci di studio – celebre il metodo della «riduzione culturale», che pure gli valse qualche critica – ma soprattutto stimolandoli a pensare, a formulare ipotesi critiche, a essere come lui anticonformisti (ce ne ricorda giustamente uno dei suoi numerosi allievi, Pasquale Belfiore, in «La Repubblica. Napoli», 3 maggio). Anche la galassia dei suoi discepoli è quanto mai varia e differenziata, da quelli diretti o più affini per tematiche e interessi di ricerca (Alessandro Castagnaro, Gabriella D’Amato, Benedetto Gravagnuolo, Cettina Lenza) a quelli che hanno seguito altri percorsi disciplinari, rimanendo però in costante contatto col maestro (Roberta Amirante, Pasquale Belfiore).

La sua produzione scientifica è di tale vastità che ricordarla, anche solo per sommi capi, è impossibile. Ma, prima ancora di questa, si deve sottolineare che le sue prime esperienze furono nel campo della pittura, avendo aderito prima al Gruppo Sud (1947) e poi dal 1954 – insieme ad artisti del calibro di Barisani e Tatafiore – al MAC (Movimento Arte Concreta). Nel vivacissimo clima intellettuale dei primi anni Cinquanta, De Fusco aveva partecipato alla rivista «Sud» fondata da Pasquale Prunas e alle iniziative della Galleria «Al Blu di Prussia», ma ben presto aveva preferito dedicarsi allo studio e alla critica architettonica, svolgendo un fondamentale apprendistato a Milano nella redazione di «Casabella-Continuità», affianco al suo brillante direttore Ernesto Nathan Rogers (1954-55). Rientrato a Napoli, aveva preso parte a numerose iniziative promosse dal suo maestro Roberto Pane, a partire da quel Documento su Napoli del 1958, lucida denuncia delle malefatte dall’amministrazione del sindaco Achille Lauro.

Nascono in questi anni i suoi libri più famosi: da Il floreale a Napoli (1959; primo studio su un periodo storico allora totalmente trascurato) a Errico Alvino architetto e urbanista napoletano dell’Ottocento (1962, con Giuseppe Bruno), e ancora L’idea di architettura. Storia della critica da Viollet-le-Duc a Persico (1964), quest’ultimo apparso nello stesso anno in cui De Fusco dava vita alla sua rivista «Op. cit. Selezione della critica d’arte contemporanea», che tra qualche mese compirà sessant’anni di ininterrotta attività. In questi anni gli orizzonti culturali di De Fusco si ampliano e si arricchiscono, grazie al contatto con intellettuali italiani e stranieri del calibro di Joseph Rykwert, Kenneth Frampton, Umberto Eco, Rosario Assunto e tanti altri.

Anche a partire da questi scambi nascono i suoi testi più complessi, pienamente inseriti nella fortunata stagione della critica strutturalista in Italia, come Architettura come mass medium. Note per una semiologia architettonica (1967) e Segni, storia e progetto dell’architettura (1973). Un anno più tardi, De Fusco pubblica il suo libro certamente più celebre, letto e tradotto in tutto il mondo, ovvero Storia dell’architettura contemporanea, edito da Laterza. Nel 1985 escono, contemporaneamente, Storia del design (Laterza) e Storia dell’arredamento (UTET), testi anch’essi di grande fortuna editoriale. Si diceva dell’impossibilità di enumerare tutti i suoi libri, ma vanno almeno ricordati il manuale Mille anni di architettura in Europa (1993) e l’ambizioso Trattato di architettura (2001).

Uno spazio specifico dei suoi volumi ha inoltre riguardato Napoli, dopo i primi e già citati studi sul floreale e su Alvino. In quest’ambito va citato il libro dedicato al suo amato Posillipo (1988), ma anche Napoli nel Novecento (1994), fino a Rileggere Napoli nobilissima (2003), vero atto di amore per la prima serie della rivista, fondata da Benedetto Croce, e per la sua rilevanza per la conoscenza della storia e della topografia napoletana.

Anche il restauro ha costituito un campo di indagine per De Fusco, benché certamente non primario. Fin dagli anni Settanta aveva dedicato diversi articoli al tema, dal polemico Il restauro architettonico: ricchi apparati e povere idee(«Op. cit.», 49, 1980), allo stimolante Restauro ed ermeneutica («Op. cit.», 91, 1994). È tuttavia nel più recente volume Restauro. Verum factum dell’architettura italiana (Carocci, 2012), che De Fusco colloca il restauro tra le peculiarità principali della cultura architettonica italiana contemporanea, sviluppando, con la sua intelligenza critica e la sua spregiudicatezza, stimolanti riflessioni. Premettendo che il restauro «è una techné volta a conservare una fabbrica, definita come un sistema di segni, in cui le parti antiche sono rispettate e quelle nuove riconoscibili come espressione della nostra cultura» (p. 14), De Fusco sottolinea in particolare il tema della continuità rispetto alla progettazione ex-novo, dichiarandosi favorevole, nel caso dei centri storici, al «dov’era ma non com’era», lasciando quindi spazio alla possibile convivenza tra antico e nuovo, in linea con quanto affermato dal suo maestro Roberto Pane.

Anche queste ultime battute confermano la ricchezza del suo pensiero, la sua capacità di affrontare di petto e senza infingimenti le questioni cruciali dell’architettura, insieme alla sua disponibilità a mettersi in discussione e a dialettizzare con interlocutori di cui riconosceva sempre l’intelligenza, anche quando non ne condivideva le idee. Ricordo, a tal proposito, un acceso ma stimolante dibattito con Paolo Torsello, avvenuto nel maggio 2007 nell’aula Gioffredo di Palazzo Gravina in occasione della presentazione del volume di quest’ultimo Figure di pietra (Marsilio, 2006) che offrì a noi più giovani studiosi e allievi una straordinaria occasione di confronto e di riflessione.

Tutto questo mancherà molto, soprattutto in chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo. Ma l’omaggio più grande che gli si può fare, ora, è proprio mantenere viva quella intelligenza critica che De Fusco ha insegnato a tante generazioni, per difenderci dall’incipienza di un «inverno dello spirito» che un’altra grande, come Marguerite Yourcenar, paventava già molti decenni fa.

Andrea Pane

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