
In ricordo di Paolo Fancelli
Il 25 luglio scorso Paolo Fancelli ci ha lasciati. Si era ritirato da diverso tempo dal mondo accademico per problemi di salute, ma ne continuava a seguire a distanza le vicende, soprattutto attraverso le attività della rivista “Materiali e Strutture. Problemi di conservazione”, periodico da lui diretto dal 2000 al 2010 con il quale continuava a collaborare come componente del Consiglio scientifico.
Paolo si era laureato nel 1971 in Architettura all’Università “La Sapienza” di Roma in Storia dell’Architettura con Claudio Tiberi con una tesi su Palestrina, successivamente sviluppata per la redazione di un volume su “Palladio e Preneste”, pubblicato nel 1974 da Bulzoni. Dopo aver insegnato presso l’Università di Chieti-Pescara, è stato professore ordinario di Restauro presso la Facoltà di Architettura della Sapienza fino al 2015. Ha inoltre insegnato, nello stesso Ateneo, nelle facoltà di Scienze MM.FF.NN. e di Lettere e Filosofia, nonché nella Scuole di Specializzazione in Storia dell’Arte e in Restauro dei monumenti (poi dei Beni architettonici e del Paesaggio).
L’interesse per la storia lo ha accompagnato nel tempo, costellando la sua produzione scientifica con alcuni puntuali contributi soprattutto dedicati a fabbriche e architetti del Rinascimento (Palladio, Antonio da Sangallo il Giovane, Baldassarre Peruzzi). La stretta correlazione fra storia e restauro ha segnato fortemente la sua produzione scientifica, garantendo da una parte il controllo filologico rigoroso delle fonti e dall’altra l’attenzione preferenziale per i segni del passaggio storico incisi sulla materia e documentati da meticolosi elaborati di rilievo.
Ha esplorato il tema del restauro urbano, analizzato in riferimento al metodo di analisi – di chiara ascendenza muratoriana – ai problemi conservativi come il colore delle facciate, il rischio di musealizzazione, la dialettica fra gli approcci del restauro e dell’urbanistica. Un interesse analogo ha riguardato il campo dell’archeologia, con particolare riferimento agli aspetti della conservazione materiale, ambito nel quale il sodalizio intellettuale con la moglie Giovanna Bandini, restauratrice della Soprintendenza Archeologica di Roma, ha avuto un ruolo importante.
Sulla materia e sul suo deperimento, oltre che sulle modalità d’intervento adeguate a garantirne la conservazione, Paolo Fancellli ha lavorato molto sia dal punto di vista investigativo – ragionando sugli strumenti progettuali, sui fenomeni patologici, sull’illustrazione di interventi condotti su alcuni casi esemplari – sia in riferimento alla definizione di un lessico univoco per il degrado dei materiali (anche come membro della Commissione NORMAL). La sua monografia dedicata a “Il progetto di conservazione” (Guido Guidotti editore 1983) esplicita dettagliatamente, sul piano concettuale, scientifico e della rappresentazione, le questioni inerenti alla conservazione in architettura.
Della sua particolare competenza nel campo della conservazione materiale si sono avvalsi gruppi di lavoro e commissioni scientifiche del Comune e della Soprintendenza per i Beni Architettonici di Roma per la realizzazione di restauri in ambito architettonico e archeologico. La sua ricerca è stata però soprattutto caratterizzata dal forte interesse per gli aspetti teorici del restauro, un ambito sondato con una radicata condivisione delle posizioni di Cesare Brandi e della sua ‘unità metodologica’ nel restauro delle opere d’arte. Chi ha avuto modo di assistere alla vivace dialettica sviluppata negli scorsi anni Ottanta– sia dal vivo, in occasione di incontri e convegni, sia negli scritti scientifici – non mancherà di ricordare i toni garbati ma netti con cui Paolo Fancelli difendeva le posizioni del restauro brandiano – per lui da non confondere con il restauro ‘critico’ – dalle accuse di idealismo e scarsa aderenza alle problematiche specifiche espresse dall’architettura.
Superata quella stagione, ciò che colpisce oggi soprattutto della sua produzione scientifica è l’attenzione pronunciata per i nessi che legano la disciplina del restauro alle altre branche del sapere e l’apertura al confronto con altri settori investigativi, a partire dalla filosofia, naturalmente, ma anche guardando all’archeologia, alle scienze fisico-chimiche, alla tecnica. Testimoniano questo passaggio alcuni saggi in riviste e atti di convegni e il volume dedicato a “Il restauro dei monumenti” (Nardini 1998), un libro ambizioso e complesso, privo di note (una scelta meditata e voluta da lui che aveva sino ad allora esplicitato in nota veri e propri apparati bibliografici completi) ma densissimo di riferimenti culturali.
Dalla sua ricerca – soprattutto sostenuta dalla sua personale e ricchissima biblioteca, di cui andava particolarmente fiero – sono successivamente maturati due filoni di studio testimoniati da saggi editi nelle prime decadi del Duemila, uno dedicato al rapporto fra restauro ed estetica e l’altro al paesaggio, argomenti che troviamo fusi assieme nel più volte ripercorso tema delle rovine.
Paolo ha amato molto la ricerca, ma anche i giovani, e ha aiutato con generosità burbera ma sempre tangibile chi si a acciava con interesse agli studi post-universitari. Era esigente, ma anche giusto e corretto, una correttezza che non lasciava margini di compromesso e che si basava essenzialmente su una passione genuina per il sapere priva di secondi fini. Contrariamente all’immagine di sé che poteva o rire a una conoscenza superficiale, era profondamente sensibile e attento al mondo e agli altri.
E quel rigore, quell’attenzione, volutamente celati da uno sguardo un po’ sornione – che non l’ha mai abbandonato, neppure nella laconicità che ha caratterizzato i suoi ultimi anni – ci mancheranno moltissimo.
Donatella Fiorani
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