In ricordo di Andrea Alberti

In ricordo di Andrea Alberti, scomparso lo scorso 22 marzo, pubblichiamo le parole di Carla Di  Francesco, che ringraziamo per averle condivise.

Dopo la laurea in Architettura conseguita all’Università di Firenze nel 1984, Andrea si era impegnato  nella libera professione e nell’insegnamento alle scuole secondarie. Un incarico di schedatura di edifici pubblici affidato dall’IBC della regione Emilia-Romagna lo aveva condotto alla Soprintendenza di Ravenna, ed io lo avevo accolto, e gli avevo fornito i materiali che potevano essergli utili. Era piaciuto subito a me e a tutti in ufficio, questo ragazzo ferrarese gentile e colto, in tutta evidenza architetto seriamente impegnato nel suo lavoro. Un giorno del 1987, prima di decidere se affrontare l’esame del concorso per architetti bandito dal Ministero, mi chiese di capire un po’ più a fondo l’attività dei funzionari in Soprintendenza, e di spiegargli pregi e difficoltà del mestiere. Forse, come si divertiva a dirmi ogni tanto, nella mia esposizione ero stata particolarmente entusiasta e convincente nel descrivere le attività gratificanti, ed omissiva per il resto, tanto da indurlo- diceva-con l’inganno ad iscriversi, studiare, e superare il concorso. Ma certo è che Andrea aveva il restauro nel sangue, e la Soprintendenza come vocazione: un vero talento naturale, come raramente se ne vedono.

Sorretto da solide basi culturali umanistiche e tecniche, era dotato grande capacità di lettura del manufatto storico e di meditata sintesi metodologica, che lo conduceva sempre verso decisioni di grande equilibrio. Il confronto con lui- che si trattasse dell’impostazione generale della tutela di un complesso architettonico, dell’integrazione di partito decorativo, di un vincolo paesaggistico, o del piccolo dettaglio – era sempre un momento di riflessione disciplinare, che ponendo al centro l’oggetto dell’azione, valutava, ponderandole, le ipotesi di intervento senza eccessi, né condizionamenti.

 Ho visto crescere e consolidarsi le sue qualità professionali nei sei anni trascorsi insieme in Soprintendenza, tra Ravenna e Ferrara, durante i quali abbiamo messo in comune esperienze, letture, convegni, docenze, perfino cantieri, passati poi dopo la mia partenza per Milano alla sua diretta ed autorevole responsabilità: misurarsi con la complessità del cantiere di restauro era per lui un’avventura intellettuale vissuta con impegno totale, una passione che era capace di trasmettere a colleghi ed amici, ma anche ai suoi studenti. Dal 1997 aveva iniziato l’insegnamento a contratto nei Laboratori di Restauro della facoltà di Ferrara, con la quale, in incarichi diversi, ha sempre voluto mantenere la collaborazione anche dopo il 2009, quando il lavoro di Soprintendente tra Brescia, Verona, Venezia, Padova, lo costringeva ad una vita di viaggi tutt’altro che semplice. Insegnare gli piaceva, era una sua seconda vocazione. Agli studenti offriva la frequentazione del cantiere con le esercitazioni di analisi, rilievo, e comprensione dell’architettura direttamente sul campo, affinché dopo la laurea potessero diventare professionisti capaci di affrontare correttamente, con la necessaria profondità di approccio, la complessità dei temi del restauro. Per questo gli studenti di allora come quelli di oggi lo ricambiavano circondandolo di stima e affetto, considerandolo un esempio, e il riferimento al quale rivolgersi nei momenti delle scelte fondamentali per il loro futuro.   

Convegni, pubblicazioni, conferenze, incontri pubblici ai quali non si sottraeva mai, soprattutto negli ultimi anni significavano per lui un modo per far conoscere le molteplici attività di studio sue e degli Uffici che dirigeva, ma anche la sua visione di Soprintendente, responsabile e guida di un ufficio di tutela; con il suo impegno quotidiano, con la sua capacità di essere severo ma anche di ascoltare istanze diverse o per lo meno non tutte coincidenti con i suoi convincimenti, con dialogo, collaborazione e rispetto delle Istituzioni ha saputo testimoniare che la tutela è un servizio alla storia, al presente, al futuro della collettività.  E lo ha fatto senza proclami, semplicemente riaffermando ogni giorno che ciò che dopo accurata valutazione emerge come patrimonio, in base ai valori culturali che esprime, deve essere tutelato nelle forme che la legge consente, per garantire il superiore interesse pubblico. Se poi l’azione della Soprintendenza, come capita, veniva contestata, rifuggiva le polemiche- crociata (vincolo si-vincolo no; restauro giusto, restauro sbagliato), che – diceva con quella certa simpatica ironia che ogni tanto sfoderava- servono solo ad alimentare contrapposizioni utili ai media e alla politica: la Soprintendenza ideale è quella che fa il suo dovere, spiega la sua azione e non appare troppo sui giornali.

Se ne è andato un grande Soprintendente, un grande uomo.”

One thought on “In ricordo di Andrea Alberti

  1. Alessandro Massarente

    Andrea Alberti è un esempio per gli studenti e i docenti di architettura di come si può amare l’architettura sia conservando, sia restaurando, sia confrontandosi con la contemporaneità, attraverso un dialogo colto a cui Andrea ha sempre contribuito con fine discernimento.
    A Ferrara ci siamo conosciuti nella nostra Facoltà di Architettura, partecipando allo sviluppo di tesi di laurea e progetti di ricerca, dove molti di noi lo ricordano come collega e amico.

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